Articolo di Piero Visani

 

Parlare di “globalizzazione” in termini astratti o neutri è una pratica priva di qualsiasi significato. Celebrata a livello di media mainstream dopo il 1989-1992, il disfacimento dell’Unione Sovietica e il crollo del comunismo, la “globalizzazione” era la copertura concettuale che avrebbe dovuto giustifica e legittimare la “fine della Storia” teorizzata da Francis Fukuyama nel suo celebre libro, vale a dire il trionfo incontrastato, su scala planetaria, della democrazia liberale e liberista di marca occidentalista (più ancora che statunitense).

Sappiamo fin troppo bene che non è andata assolutamente così. Lasciando da parte un evento dilacerante come l’11 settembre 2001, è fin troppo evidente che, fin dall’inizio, la globalizzazione ha avuto nemici potenti e molto attivi nel contrastarla.

Non ha avuto successo a livello politico, perché si è profilato sempre più un mondo multipolare, mentre i fautori della globalizzazione l’avrebbero voluto unipolare. Non ha avuto successo a livello economico, perché la gravissima crisi economico-finanziaria del 2007-2008 ancora non può dirsi definitivamente superata, e a un mondo globalizzato si contrappone ormai da tempo un mondo dove riprendono fiato le sirene del protezionismo, e neppure ha avuto successo a livello metapolitico (o culturale), perché la diffusione del suo “pensiero unico” e il tentativo di creare un mondo perfettamente equalizzato da Vancouver a Vladivostok si è trasformata in un insuccesso che ha attivato un po’ ovunque forme di difesa identitaria, dettate dal fatto che un mondo dove tutto è uguale, il pensiero è uno solo e i consumi e gli stili di vita sono uniformati, non è un vantaggio – come ci viene detto e chiesto di credere – ma è un incubo, un incubo dei peggiori.

Quello che doveva sembrate lo scontato approdo di un irenismo su scala planetaria si è trasformato così in un cospicuo incremento della conflittualità, non solo sul piano internazionale ma anche su quello interno.

Non è necessario essere particolarmente acuti per comprendere che la globalizzazione ci ha portato in un mondo che è l’esatto contrario di quello che essa affermava di voler costruire ed è entrata in crisi proprio per l’enorme distanza che intercorreva (e intercorre) tra i suoi pretesi obiettivi e la realtà dei fatti.

La globalizzazione, per certi versi, è molto simile a quanto il filosofo francese Alain de Benoist ha scritto in merito alla teoria dei “diritti dell’uomo”: tutti ne parlano e ne sono fautori a parole, a condizione che si tratti di riempirvisi la bocca. Quando però si passa dalla teoria alla pratica, quando si tratta non di fare discorsi astratti ma, ad esempio, di rispettare i diritti del proprio vicino (cioè non “i diritti dell’uomo” ma i “diritti di un uomo”, ecco che tutto cambia e che dalle fumisterie ideologiche si passa alla prevaricazione concreta, specie se si tratta di diritti che urtino in qualche modo con i nostri.

 Il fallimento della globalizzazione è oggi sotto gli occhi di tutti ma, dal momento che essa è l’asse portante del “pensiero unico” che domina (quasi) incontrastato nel mondo occidentale, non lo si può constatare, non se ne può prendere atto, perché equivarrebbe a dire: “il re è nudo”. Di conseguenza si è creato un equivoco fondamentale che è anche l’asse portante della guerra mediatica attualmente in corso: tutti sono consapevoli del fatto che la globalizzazione è fallita, ma nessuno può dirlo o anche solo limitarsi a prenderne atto, perché questo contrasta con gli interessi delle forze – tuttora solidissime – che nel mondo occidentale spingono in direzione della globalizzazione stessa, a qualsiasi costo.

Siamo dunque nel pieno di una deriva totalitaria, della creazione di una democrazia totalitaria dove è consentito pensare liberamente tutto, a condizione che si tratti di un qualcosa che è ammesso. Se non lo è, allora si è costretti – spesso con la forza, la repressione o l’emarginazione – al silenzio.

Chiedersi che cosa ci attende in futuro è dunque un interrogativo interessante, ma che può diventare angosciante. Se non bloccata fin che si è in tempo, tale deriva totalitaria potrà non solo farci correre il rischio di vivere in un mondo dominato da una “polizia del pensiero” del tutto inaccettabile, ma anche esporci al rischio di crescenti conflitti; conflitti che potrebbero sicuramente essere interstatali (visto che da tempo siamo in presenza di un mondo multipolare, dove non mancano certo le grandi potenze con interessi confliggenti) ma pure intestini, per il fatto che il mancato riconoscimento di legittimità e agibilità politiche a quanti sono ostili al “pensiero unico” rappresenta un’incognita di non poco conto sul nostro futuro, nonché potenzialmente polemogena. E’ lecito, infatti, avere un “pensiero diverso” e non “unico”? Questo è il quesito più cruciale che ci attende.